Le email tra Dario Amodei e il sottosegretario alla Difesa Emil Michael, rese pubbliche nei documenti della causa legale tra Anthropic e il Dipartimento della Difesa USA, chiariscono che lo scontro dei mesi scorsi non riguardava l’accesso a Claude ma un principio molto più semplice: se un’azienda IA possa impedire a un cliente governativo di usare i propri modelli per armi completamente autonome e sorveglianza di massa sui cittadini americani. Amodei ha tenuto la linea su questi due “redline” fin da gennaio; Michael, dal canto suo, ha risposto che una simile distinzione era “non praticabile” e che nel loro mondo “non esiste differenza tra armi difensive e offensive”, uno scambio pubblicato integralmente da Gizmodo dopo il deposito in tribunale.
Il giorno dopo l’ultimo scambio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha designato Anthropic come “rischio della catena di fornitura”, un’etichetta di solito riservata ad aziende legate ad avversari stranieri, aprendo di fatto la causa legale in corso. In un’intervista rilasciata a marzo, Michael ha raccontato una versione diversa dei fatti, sostenendo che Anthropic avesse trasformato la trattativa in “una questione di PR” pubblicando un post pubblico sui propri paletti etici proprio a ridosso della scadenza concordata. Anthropic respinge questa ricostruzione e sostiene di aver negoziato in buona fede fino all’ultimo. Nel frattempo xAI e OpenAI sono state autorizzate all’uso nei sistemi classificati, mentre Claude resta ufficialmente bandito dai fornitori del Pentagono, anche se secondo il Wall Street Journal è stato comunque impiegato nell’operazione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Il prezzo della pace con Washington
Se il fronte Difesa mostra Anthropic in trincea, OpenAI sta seguendo la strada opposta: comprare pace politica con un’offerta diretta. Sam Altman ha discusso con Trump, con il segretario al Commercio Howard Lutnick e con il segretario al Tesoro Scott Bessent la possibilità di cedere al governo USA una quota del 5% di OpenAI, valutata circa 42,6 miliardi di dollari sulla base della valutazione di 852 miliardi raggiunta a marzo. L’idea, riportata dal Financial Times e ripresa da CNN, prevede che tutti i grandi laboratori USA versino una quota simile in un fondo modellato sull’Alaska Permanent Fund, che redistribuisce ai residenti dello stato le rendite petrolifere.
La proposta arriva mentre il senatore Bernie Sanders spinge per una versione molto più aggressiva, un fondo sovrano che assorba il 50% delle azioni dei grandi laboratori IA in cambio di un dividendo annuale di 1.000 dollari per ogni cittadino americano. Il paragone non è casuale: il governo USA ha già acquisito una quota del 10% in Intel lo scorso anno, e l’offerta di Altman arriva pochi giorni dopo che Washington ha imposto ad OpenAI di limitare il rilascio di GPT-5.6 a un ristretto gruppo di partner approvati dal governo, lo stesso trattamento riservato a Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic. Un regolatore che detiene quote nelle aziende che dovrebbe sorvegliare non è esattamente la definizione di arbitro imparziale, e se lo schema venisse approvato metterebbe pressione anche sulla IPO di Anthropic prevista per ottobre.
Il capitale si concentra su due soli nomi
Sul fronte dei capitali, il report semestrale di Crunchbase mostra che il venture capital globale ha toccato un record di 510 miliardi di dollari nel primo semestre 2026, superando l’intero 2025 in appena sei mesi. Di questi, OpenAI e Anthropic da sole hanno assorbito 217 miliardi, il 43% del totale: Anthropic in particolare ha raccolto 65 miliardi nel solo secondo trimestre, diventando la società privata più valutata sulla Unicorn Board di Crunchbase e superando la stessa OpenAI sui mercati secondari. La quota USA sul totale globale è scesa dall’83% al 67% tra il primo e il secondo trimestre, segno che anche il capitale internazionale si sta muovendo verso questi due nomi. Un livello di concentrazione senza precedenti che, secondo gli analisti del settore, sta ridisegnando le dinamiche dell’intero ecosistema startup, spingendo il capitale residuo verso infrastrutture, difesa, robotica e sanità.
Chi scrive le regole del gioco
Sul fronte della governance, l’ONU e l’International Telecommunication Union hanno lanciato il primo luglio la AI for Good Global Commission, co-presieduta dal CEO di Salesforce Marc Benioff e dal presidente ruandese Paul Kagame, con una prima riunione fissata per l’otto luglio a Ginevra. Tra i membri fondatori siedono Jensen Huang di Nvidia, Andy Jassy di Amazon, Brad Smith di Microsoft e Jack Clark, cofondatore di Anthropic: la stessa industria che produce i modelli si ritrova a sedere al tavolo che dovrebbe regolarli, accanto a capi di stato di Ruanda, Estonia, Arabia Saudita e Singapore. L’obiettivo dichiarato è colmare il divario digitale (2,2 miliardi di persone restano offline) ed evitare che i benefici economici dell’IA si concentrino solo nei paesi già ricchi, ma diversi osservatori fanno notare che il mandato resta volutamente vago: la composizione stessa dell’organismo, con i grandi laboratori seduti dentro la stanza invece che fuori a subire le regole, è già la notizia più rilevante, a prescindere da cosa produrrà davvero.
La voce fuori dal coro
Non tutti applaudono questa architettura di potere. Il CEO di Palantir Alex Karp, in un’intervista a CNBC diventata virale, ha definito i grandi laboratori IA una “wealth tax” sulle imprese: secondo lui i clienti pagano token che “non creano valore” mentre le aziende IA si appropriano dei loro dati e processi per addestrare modelli che finiranno per essere rivenduti anche ai loro concorrenti. L’affondo, arrivato due giorni dopo l’annuncio di una partnership più stretta tra Palantir e Nvidia sui modelli aperti Nemotron, va naturalmente letto anche come una mossa commerciale: le azioni di Palantir sono salite del 9% lo stesso giorno dell’intervista. Ma il fatto che sia proprio uno dei principali fornitori di IA al Pentagono a sollevare il tema della sovranità dei dati aggiunge un tassello scomodo al quadro complessivo.
Tre partite, un solo tavolo
Difesa, capitali e governance non sono tre storie separate ma la stessa partita giocata su tavoli diversi: chi può impedire a un governo di usare l’IA per uccidere o sorvegliare senza controllo umano, chi possiede l’enorme valore economico che questi modelli stanno generando, e chi si siederà al tavolo dove si scriveranno le regole globali. Nelle ultime due settimane tutte e tre le partite si sono mosse contemporaneamente, ed è difficile pensare che siano davvero indipendenti l’una dall’altra.



