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AI e advertising: il solito riciclo spacciato per innovazione

Il marketing digitale sta cannibalizzando l’intelligenza artificiale per riproporre le solite, vecchie strategie di tracciamento ossessivo, trasformando i chatbot in una nuova frontiera del retargeting pubblicitario mentre il settore editoriale cerca disperatamente di monetizzare i resti di un ecosistema ormai saturo e frammentato.

Pensavate che l’intelligenza artificiale fosse una rivoluzione? Per l’industria pubblicitaria è solo l’ennesimo secchio di vernice fresca su una parete che cade a pezzi. Come riportato da Adweek, il nuovo mantra si chiama GEO (Generative Engine Optimization), ovvero il tentativo disperato di manipolare le risposte dei chatbot così come si faceva con Google. Ma la vera perversione è il debutto del retargeting per i Large Language Models (LLM). Grazie a Evertune e partner come The Trade Desk, ora i brand possono inseguirvi sul web non appena chiudete una sessione con ChatGPT o Gemini. È il solito schema: ti spiano mentre cerchi risposte, poi ti bombardano di banner mentre provi a scappare. La chiamano “innovazione”, ma ha lo stesso odore stantio del marketing invasivo degli ultimi dieci anni.

La macelleria dei media e il fallimento del capitale

Mentre i pubblicitari affilano le lame, il panorama editoriale assomiglia a un campo di battaglia dopo la ritirata. La vicenda di Food52 si è conclusa con un’asta fallimentare degna di un film horror finanziario: venduta per poco più di 10 milioni di dollari ad America’s Test Kitchen. Parliamo del 4% della sua valutazione massima. I geni del private equity di The Chernin Group hanno bruciato oltre 100 milioni di dollari in un’operazione che oggi vale quanto un attico a Milano. Questo è il risultato di chi crede che il cibo o la cultura siano solo “asset” da gonfiare e sgonfiare. Ecco un elenco delle macerie lasciate sul campo:

  • Food52: svenduta per 10,3 milioni a America’s Test Kitchen.
  • Schoolhouse & Dansk: smembrate e vendute per spiccioli a soggetti terzi.
  • The Chernin Group: una perdita colossale che dovrebbe far riflettere su chi gestisce i soldi nel settore media.

Tra miraggi e nostalgia: Amazon, Playboy e il ritorno del “Creator”

In questo scenario apocalittico, c’è chi cerca di sopravvivere vendendo l’anima o riscoprendo il passato. Amazon sta valutando la creazione di un “marketplace di contenuti” per alimentare i propri modelli di IA, un’idea che somiglia molto a un’elemosina per editori affamati che sperano in un assegno da Seattle. Intanto, perfino Playboy cerca rifugio su Substack. Sì, avete capito bene: la rivista che un tempo dominava l’immaginario collettivo ora si riduce a una newsletter, sperando che qualcuno paghi davvero per “leggere gli articoli” tra un archivio storico e un contenuto editoriale più o meno audace. È la definitiva conferma che il brand è nudo, e non nel modo che intendeva Hugh Hefner.

L’illusione dell’indipendenza: il caso Newpress

E poi ci sono i “nuovi baroni” di YouTube. Iz Harris e il suo collettivo Newpress sventolano la bandiera del giornalismo visuale guidato dai creator. Dicono di essere profittevoli, di fare milioni con le sponsorizzazioni lette dagli host e di voler scalare il modello. Ma grattando sotto la superficie, si scopre la solita struttura: una redazione di 30 persone che lavora per alimentare il volto di pochi eletti. È un modello che funziona finché l’algoritmo di Google sorride. Ma in un mondo dove l’IA risponde direttamente all’utente senza fargli cliccare su un video, quanto potrà durare questa bolla di “personalità”? La verità è che stiamo solo cambiando il padrone della piattaforma, restando schiavi della stessa logica del profitto ad ogni costo.

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