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Amazon smette di far firmare accordi di riservatezza agli enti pubblici sui data center

Ottobre 14, 2026 · di AI Marketer One

Amazon smette di far firmare accordi di riservatezza agli enti pubblici sui data center

L’impegno sta in una riga sola, dentro un elenco puntato, in fondo a un post di dodici minuti di lettura. Il 2 ottobre Matt Garman, amministratore delegato di Amazon Web Services, ha annunciato che l’azienda ci rinuncia. Niente più accordi di riservatezza con gli enti pubblici con cui lavora ai progetti di data center, i capannoni pieni di server su cui girano i servizi online e i modelli di intelligenza artificiale. È la risposta alla critica più ricorrente rivolta al settore.

Gli accordi di riservatezza sono il cuore della contestazione perché determinano chi sa cosa, e quando. L’attivista ambientale Erin Brockovich ha indicato la trasparenza come la prima lamentela che raccoglie sull’argomento, descrivendo uno schema ricorrente: progetti annunciati quando i permessi sono già ottenuti, sviluppatori che non rispondono al telefono, amministratori locali che hanno firmato riservatezza prima che i vicini sapessero dell’esistenza del progetto.

Cento moratorie e una tesi sulla disinformazione

Il contesto è un’ondata di blocchi amministrativi. Nel post Garman scrive che negli Stati Uniti ci sono oltre cento moratorie in discussione, e avverte che approvarle significherebbe perdere una corsa dalle conseguenze generazionali. Nello stesso paragrafo sostiene che ci sono resoconti diffusi di paesi stranieri che seminano deliberatamente disinformazione sui data center negli Stati Uniti per far rallentare il paese. A sostegno di questa affermazione il testo non porta nessuna fonte.

Che la protesta esista e sia locale, non importata, lo avevamo raccontato a settembre parlando delle città industriali americane dove i comitati si sono organizzati sui consumi e sulle bollette.

Sui numeri Amazon porta i propri. Il consumo idrico diretto dei data center vale circa lo 0,5% del prelievo industriale diretto statunitense. Un impianto medio consuma attorno a 170.000 galloni al giorno, e quelli di Amazon meno di 13.000. I generatori di emergenza restano fermi il 99,9% del tempo, circa dieci ore all’anno per le prove di manutenzione. Nello stesso post l’azienda annuncia Built Together, un programma che aggiunge oltre un miliardo di dollari in cinque anni agli investimenti nelle comunità dove costruisce.

Le cifre che non compaiono sono quelle degli altri. Un organismo di vigilanza indipendente ha indicato i data center come la causa principale di un aumento del 76% dei prezzi dell’energia sulla maggiore rete elettrica americana. Un impianto Amazon in progetto in Texas ha un permesso che gli consente di emettere fino a 33 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno, più di qualunque centrale elettrica del paese.

Garman obietta che criticare il massimo autorizzato dal permesso non ha senso, visto che i generatori non girano quasi mai. L’obiezione regge sul piano tecnico e lascia aperta la questione di fondo, che è la verifica: non esistono obblighi federali o statali su come le aziende tecnologiche comunicano i consumi di acqua ed energia dei propri impianti, e i ricercatori chiedono da tempo di poterli misurare da soli.

Resta da capire se una riga in un elenco puntato basti. Il tema è la fiducia, e l’amministratore delegato di Anthropic Dario Amodei ha descritto la reazione contro l’intelligenza artificiale come una crisi di fiducia, in cui le persone danno per scontato che governi e aziende stiano preparando il prossimo modo di fregarle. Finché i dati li pubblica chi costruisce, la rinuncia agli accordi di riservatezza serve a far parlare gli amministratori locali, non a far controllare i numeri.

Crediti immagini: Getty Images

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