Un amministrativo dell’Università del Kentucky ha ottenuto dal suo datore di lavoro il diritto di non usare strumenti di intelligenza artificiale, invocando la tutela che negli Stati Uniti protegge le convinzioni religiose sul posto di lavoro. David Durman non crede in alcuna divinità: si definisce umanista, e l’associazione che lo ha assistito ha reso pubblico l’esito il 26 ottobre. La notizia non riguarda la fede: riguarda una norma di mezzo secolo su cui oggi fa leva chi non vuole quei programmi sulla propria scrivania.
Durman lavora a supporto dei ricercatori che chiedono finanziamenti, e nel suo ruolo l’uso di questi strumenti non è ancora obbligatorio: dirigenti e colleghi li hanno consigliati, non imposti. Si è mosso per avere la tutela prima che il consiglio diventasse un obbligo, ha spiegato Amanda Silberling su TechCrunch. L’università, interpellata dalla stessa testata, ha fatto sapere di valutare queste richieste caso per caso e di avere concluso che l’esenzione era compatibile con le mansioni essenziali del posto.
La norma invocata è il Titolo VII del Civil Rights Act del 1964, la legge statunitense contro le discriminazioni sul lavoro, che obbliga il datore a trovare un accomodamento ragionevole per le pratiche religiose del dipendente. Il punto decisivo sta nella definizione. La guida ufficiale della commissione federale per le pari opportunità sul lavoro scrive che la tutela copre anche le convinzioni morali ed etiche non teistiche su cosa sia giusto e sbagliato, quando sono sentite con la stessa forza di una fede tradizionale.
Quella formula non è un’invenzione amministrativa recente: viene da una sentenza della Corte suprema del 1970. Nel caso Welsh contro Stati Uniti i giudici riconobbero l’obiezione di coscienza al servizio militare a chi la fondava su convinzioni morali profonde senza riferimento a un dio. Per il diritto americano conta l’intensità e la sincerità della convinzione, non il suo contenuto metafisico, e questo apre la porta a chiunque abbia una posizione etica strutturata.
Accomodamento, nel linguaggio di quella legge, significa una modifica concreta dell’organizzazione del lavoro: un turno diverso, una mansione scambiata, uno strumento che si può non usare. Il datore può rifiutarlo solo dimostrando che gli costerebbe troppo, ed è la stessa commissione federale a raccogliere e istruire le denunce di chi se lo vede negare.
Quanto deve costare per essere troppo è la domanda su cui si gioca tutto, e la risposta è cambiata di recente in senso favorevole al dipendente. Nel 2023, in Groff contro DeJoy, la Corte suprema ha stabilito che il datore deve provare un aumento dei costi di gestione della propria attività, e non più il semplice fastidio organizzativo che l’interpretazione precedente gli consentiva di invocare. Alzare l’asta di quella prova sposta il peso dell’onere dal lavoratore all’azienda, ed è la ragione per cui richieste come questa, oggi, passano.
Durman non è il primo a provarci. Lo ha fatto dopo aver letto il caso di Erin Maus, ingegnera del software e unitariana universalista, che ha ottenuto una tutela analoga, e il suo caso è più insolito perché scrivere codice senza assistenza automatica è diventato raro nel suo mestiere. Durman è il primo umanista a ottenerla, e uno dei primi a raccontarlo pubblicamente.
Che l’obiezione attraversi tradizioni diversissime lo dimostra chi sta all’estremo opposto dello spettro. Papa Leone XIV ha avvertito a settembre che l’intelligenza artificiale rischia di diventare uno strumento di dominio, in dichiarazioni riprese dal settimanale statunitense Newsweek. Il cattolicesimo e l’umanesimo non teistico arrivano alla stessa diffidenza partendo da premesse incompatibili, e il diritto del lavoro americano le tratta allo stesso modo.
Le ragioni che Durman ha messo per iscritto sono economiche e culturali prima che spirituali. Nella sua dichiarazione pubblicata dall’associazione scrive che questi sistemi interferiscono con la capacità delle persone di guadagnarsi da vivere, che il loro costo ambientale è un disastro e che la sostituzione del lavoro creativo umano minaccia arte e letteratura. Sono obiezioni che si potrebbero discutere in una commissione parlamentare, e le sta facendo valere in un ufficio del personale.
Qui sta la parte che interessa chiunque lavori. In Europa e in Italia non esiste nulla di equivalente per chi rifiuta questi strumenti: il rifiuto resta una questione contrattuale e sindacale, non un diritto individuale azionabile. Negli Stati Uniti, invece, la via che funziona oggi passa per una legge scritta per i giorni di festa religiosa, e quella guida federale è l’unico testo che riconosca a una convinzione etica lo stesso peso di un comandamento.
Chi voleva una legge sull’intelligenza artificiale che tutelasse i lavoratori ne sta usando una del 1964. La coscienza, a differenza della contrattazione collettiva, era già protetta per iscritto.
Immagine di apertura: fotografia d’archivio già allegata nella libreria media di AI Marketing Italia (Getty Images). Non pertinente al tema del pezzo e da sostituire prima della pubblicazione.



