Tony Fadell ha aperto il suo intervento alla prima edizione del MIT Future Fest con una slide che mostrava tre prodotti già tolti dal mercato: il Rabbit R1, la spilla di Humane e il ciondolo di Limitless. Tutte e tre le aziende, ha raccontato, lo avevano chiamato per farsi aiutare. Lui ha detto di no.
Il motivo per cui secondo lui sono andate male è che nessuno dei tre dispositivi serviva a qualcosa: erano oggetti interessanti per appassionati di tecnologia. La sua obiezione riguarda soprattutto la parola assistente, che l’industria usa come se fosse un’esperienza condivisa. Meno dello 0,01% della popolazione mondiale, osserva, ha mai avuto un assistente personale: a chiederne uno è il gruppo ristretto di persone che già ce l’ha. Fadell ha costruito l’iPod, ha lavorato all’iPhone e ha fondato Nest, poi comprata da Google, quindi la domanda di consulenza arrivata da quelle startup si spiega da sé.
La fiducia si costruisce prima della funzione
Il secondo argomento è il tempo. Fadell dice di avere impiegato un paio d’anni per capire come usare un assistente umano e poi per affidargli i dati sensibili, gli appuntamenti e i rapporti con la banca. Un assistente digitale parte dalla stessa curva con un ostacolo in più, perché la catena di fiducia non riguarda una persona ma un’azienda, la sua infrastruttura e le sue scadenze di lancio: su Muse di Meta, racconta 404 Media, alcuni dipendenti avevano segnalato problemi di sicurezza nei giorni precedenti all’uscita, con più squadre impegnate a chiuderli in corsa.
Dopo il lancio, un ricercatore di sicurezza esterno ha trovato nello stesso assistente una vulnerabilità che ha costretto l’azienda a rafforzare gli avvisi di sicurezza del prodotto.
Sulla domanda di chi possa farcela, Fadell indica Apple per ragioni industriali: ha l’hardware e ha i processori. Quello che non ha è il modello, visto che il nuovo Siri gira su versioni personalizzate di Gemini.
Non è un giudizio di comodo verso l’ex datore di lavoro. A gennaio lo stesso Fadell aveva detto che Apple ha sbagliato tutto sull’intelligenza artificiale e che avrebbe dovuto insistere sull’automobile.
La previsione tecnica è che l’assistente che funzionerà girerà sul dispositivo, per riservatezza e per leggerezza. È anche la chiave con cui Fadell legge la corsa all’hardware di Meta e OpenAI: senza un telefono proprio non hanno accesso ai sensori, e per averli devono far spuntare all’utente una lista di autorizzazioni lunga venti voci, mentre un oggetto con dentro microfono, fotocamera e localizzazione aggira il problema. A chi dal palco gli chiedeva quanto conti la fortuna nel trovare il mercato giusto ha risposto che per una startup il margine è più stretto: “Perché è una startup, hai un colpo solo”. Non è come Apple con il Vision Pro.
Crediti immagini: TechCrunch



