L’amministratore delegato di Amazon Web Services ha dichiarato che la sua azienda ha smesso di far firmare accordi di riservatezza agli enti pubblici con cui tratta per costruire nuovi “data center”, gli edifici pieni di server su cui girano i servizi online e i modelli di intelligenza artificiale. La frase di Matt Garman è stata riportata da Wired il 2 ottobre, e in italiano quegli accordi si chiamano patti di riservatezza: impegnano chi firma a non raccontare di cosa si è parlato. Il fatto è rilevante, la sua collocazione lo è altrettanto: una riga sola, in fondo a un intervento dedicato a spiegare che i critici si sbagliano.
Il testo originale si legge sul sito dell’azienda, firmato da Garman, e la struttura dice molto: pagine per smontare quattro accuse, una frase per annunciare un cambio di prassi. La frase è questa, tradotta: non usiamo più accordi di riservatezza con gli enti pubblici con cui lavoriamo sui nostri progetti.
Quegli accordi sono il cuore della protesta americana contro questi impianti. L’attivista ambientale Erin Brockovich ha indicato la trasparenza come la prima lamentela che le arriva: progetti annunciati quando i permessi sono già ottenuti, costruttori che non rispondono al telefono, amministratori locali che hanno firmato prima che i loro vicini sapessero del progetto. Su quella protesta lo Stato di New York ha sospeso i permessi per i grandi impianti.
Garman prova a smontare quattro tesi dei critici, e la prima è il consumo di acqua. Secondo un rapporto della stessa Amazon, il consumo diretto dei suoi impianti pesa per lo 0,5% dell’uso industriale di acqua negli Stati Uniti, meno dei campi da golf. Il numero è plausibile e misura una cosa sola: l’acqua che entra nell’edificio.
Quello che resta fuori da quel conto è la parte grande. L’acqua serve anche a produrre l’elettricità che alimenta i server e a fabbricare i chip, e gli scienziati intervistati dalla radio pubblica statunitense National Public Radio dicono di avere bisogno di studi indipendenti, perché non esiste alcun obbligo di legge, federale o statale, su come le aziende tecnologiche riportino questi dati. Un dato comunicato volontariamente da chi è accusato non è una misura, è una posizione negoziale.
Sulla seconda accusa, le bollette, la contabilità è più scomoda. Il garante indipendente del mercato elettrico ha attribuito a questi impianti la responsabilità principale di un aumento del 76% su base annua dei prezzi di capacità sulla rete elettrica più grande del Paese, quella gestita dal consorzio PJM, che serve tredici Stati fra la costa atlantica e il Midwest.
La risposta di Garman a quel dato è di tipo causale: dove le tariffe salgono, sostiene che il motivo sia una rete vecchia in cui non si è investito prima che arrivasse la domanda. L’argomento ha un suo fondamento tecnico, e lascia aperta la domanda su chi sia quella domanda arrivata per prima.
Sulla terza accusa, quella delle emissioni, Garman contesta ai critici di guardare al limite massimo autorizzato dai permessi invece del funzionamento reale. I generatori di emergenza, sostiene, restano fermi il 99,9% del tempo. Il permesso che fa più discutere è quello di un impianto Amazon in Texas, autorizzato a rilasciare fino a 33 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, più di qualunque centrale elettrica statunitense. Garman ha ragione sul fatto che un tetto autorizzato non è un consumo, e i cittadini hanno ragione a leggere il tetto come la cifra su cui l’azienda ha chiesto di poter contare.
Il contesto politico in cui arriva l’annuncio è quello che spiega l’annuncio. Nello stesso intervento Garman conta oltre cento moratorie in discussione negli Stati Uniti, e avverte che approvarle significherebbe per il Paese perdere la corsa. Chi ha più di cento cantieri a rischio ha un motivo concreto per rinunciare alla riservatezza.
Resta la domanda se basti. La risposta più lucida arriva dall’interno del settore: l’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, ha definito la protesta una crisi di fiducia, in cui le persone danno per scontato che governi e aziende stiano preparando il prossimo modo di fregarle. La fiducia non si recupera con i numeri, si recupera con la verificabilità dei numeri, e su quella Amazon ha appena concesso il primo pezzo.
Un’azienda che smette di far firmare il silenzio sta ammettendo di averlo fatto firmare. Lo annuncia in una riga perché quella riga, letta da sola, è l’unica notizia del documento.
Immagine di apertura: fotografia d’archivio già allegata nella libreria media di AI Marketing Italia (Getty Images). Da sostituire con un’immagine a licenza libera prima della pubblicazione.



